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L'Agenzia delle Entrate non può riqualificare un’associazione, ente non commerciale, in società di fatto

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Una recente sentenza della Commissione Tributaria Regione Toscana, la n. 1065/24/17 del 28 aprile 2017, ha evidenziato alcuni temi per quanto riguarda la riqualificazione di un’associazione, ente non commerciale, in società di fatto.
Tale sentenza riguardava il caso in cui la Guardia di Finanza notificava un PVC ad un’associazione sportiva,  deducendo che l’associazione stessa svolgeva in realtà attività  prettamente commerciale. La gestione dell’Associazione, condotta  unicamente da parte del nucleo familiare del rappresentante legale,  portava la GdF alla riqualificazione come  società di fatto. L’Agenzia delle Entrate provvedeva a creare un  nuovo soggetto societario, assegnando partita  IVA e codice fiscale ed suddividendo le quote tra il nucleo familiare.
L’Ufficio notificava poi i relativi avvisi di accertamento ai soci così individuati,  i quali venivano impugnati anche per  quanto riguarda l’errata imputazione dei maggiori redditi  dell’associazione alla società di fatto creata di sua iniziativa dall’AdE.
Il ricorso veniva respinto in sede provinciale, mentre in appello, la Commissione Regionale ne accoglieva le ragioni.
In altre parole la Commissione Regionale afferma che non può essere ritenuto corretto l'operato dell’Agenzia delle Entrate, ossia l'aver creato un nuovo soggetto,  società di fatto, individuando i soci, ai quali veniva  attribuita la quota di partecipazione del 25% ciascuno.
Secondo tali giudici, la creazione "a tavolino di una società di fatto", a cui erano poi stati notificati gli avvisi di  accertamento, con la quantificazione presupposta del reddito di  partecipazione, non poteva ritenersi legittima, dato che nessuna norma consente all’Agenzia delle Entrate tale potere.  
Motivo per cui gli avvisi di accertamento non erano stati  emessi nei confronti del soggetto giuridico che, in aderenza al PVC  della GdF, avrebbe dovuto esserne il destinatario.

Il  problema delle connessioni fra il PVC e il provvedimento conclusivo  della procedura d’accertamento si pone perché, se è vero che gli uffici  possono emanare avvisi di accertamento limitandosi a recepire i rilievi  risultanti dalla verifica, è anche vero però che il potere accertativo spetta solo a questi ultimi,  che, dunque, ben potrebbero, con autonoma valutazione, modificare  completamente la motivazione della ripresa. Per tale motivo,  probabilmente, la C.T. Reg., alla fine, contesta la legittimità  dell’accertamento non sotto il profilo motivazionale, ma sotto quello probatorio,  asserendo (a dire il vero con ragionamento un po’ “cavilloso”) che,  avendo l’Ufficio cambiato il soggetto giuridico a cui notificare  l’avviso (società di fatto, anziché associazione sportiva non  commerciale), allora per quel nuovo soggetto (artificiosamente creato)  le prove raccolte in sede di verifica non erano idonee.
Tutto si gioca sull’idoneità della prova
A  prescindere comunque dalla concreta fattispecie, è opportuno  evidenziare che laddove emerga che l’associazione non svolge alcuna  effettiva attività istituzionale e che non ha in realtà associati che  partecipino concretamente alla vita istituzionale, l’associazione stessa esisterà solo formalmente.
Una  volta, quindi, appurato che l’associazione persegue scopi di lucro e  che l’attività di impresa viene svolta da determinate persone, che  compiono attività di ordinaria e straordinaria gestione, considerato che  un contratto di società può desumersi anche da facta concludentia, sarà possibile riqualificare la natura dell’associazione, individuando l’esistenza di una società di fatto  (alla quale si applica la disciplina prevista per le società in nome  collettivo irregolare), attribuendogli un numero di partita IVA, ed  accertando un maggior reddito imponibile.
La legittimità di un tale operato è stata per esempio confermata dalla Corte Suprema, la quale, con la sentenza n. 6175  del 15 marzo 2010, ha ricordato che l’esistenza di una qualunque  società, regolare o irregolare e quindi anche di una società di fatto,  richiede il concorso di un elemento oggettivo, rappresentato dal conferimento di beni o servizi, e di un elemento soggettivo,  “costituito dalla comune intenzione dei contraenti di vincolarsi e di  collaborare per conseguire risultati patrimoniali comuni nell’esercizio  collettivo di un’attività imprenditoriale”.


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